Alua intanto cominciamo col dire che chi fa battute facili o allusioni, è una brutta persona.

Tanto tempo fa, in una francia lontana lontana, un ingegnere Edouard Belin, il cui cognome è già un programma, (occhio che l’hai scritto pocanzi: “è una brutta persona” .cit) nel 1908 idealizzò la prima forma di fax con cui si potevano trasmettere e ricevere foto, disegni e scritti. Mica roba da poco? “Belin!” verrebbe da esclamare…

Ecco il nostro Belin, alle prese col Belinografo

 

eh lo so mi ero promesso di non giocare sul cognome… però, dai… anche sto qui belin, si doveva chiamare belin? (sono una brutta persona…)



Come è stata chiamata questa invenzione? Manco a dirlo… scontato: “Belinografo”. 
… ma mettiamo che qualcuno passi per questo BelinBlog senza conoscer alcuna parola in genovese (in tal caso belin cosse ti fae chi?) e si chieda cosa voglia dire… Ti lascio qui indicati due importanti articoli per capire al meglio:
 
 
Oua, lasciando alla lettura culturale i nostri amici forestieri, noi ci concentriamo sullo strumento in sé. Questo importante strumento rudimentale di comunicazione ha partecipato alla guerra di Libia del 1911 ed è stato usato anche dalla polizia francese per trasmettere via cavo le impronte digitali dei pregiudicati da una postazione all’altra, lungo il territorio francese, agevolando così le indagini.

Come funzionava?

L’apparecchiatura era composta da due parti: la parte elettrica che riceveva e trasmetteva segnali elettrici, e una seconda parte meccanica che scriveva su carta i messaggi ricevuti sfruttando il principio della vite senza fine. L’ingegner Belin (figgeu, è più forte di me… me vegne da rìe tutte e votte…) ha inventato un dispositivo elettromeccanico che analizzava la fotografia in ogni suo particolare, sia nella tonalità del bianco e nero sia nelle dimensioni e poi trasformava in impulsi elettrici la foto. Il belinografo elaborava i segnali elettrici ricevuti e li riconvertiva in movimenti meccanici che, asserviti ad una stampante, riproduceva su carta l’immagine ricevuta in ogni suo particolare. In questo modo si poteva inviare attraverso un trasmettitore elettronico una sequenza di impulsi, a centinaia di chilometri di distanza, per mezzo delle reti telefoniche. Ovviamente il sistema elettromeccanico era uguale sia per il trasmettitore che per il ricevitore.

  • La spiegazione sul funzionamento è presa da un’intervista del 2006, del giornalista A. Bovetti, al comandante Ernani Andreatta, direttore del Museo marinaro Tommasino-Andreatta, a pochi chilometri da Chiavari.