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IL REGNO DE ZENA – Cap.1

PREFAZIONE (necessaria!)

(corta perché ce n’ho per il belino eh!)

Tutti da piccoli hanno il proprio mondo immaginario. Chi non lo ha, sicuramente si sarà rivisto in qualche supereore, si sarà sentito un calciatore fenomenale o si sarà immaginato lo scopritore di chissà quale pianeta. Bene: io, che sono malato di “genovesità”, di fantasy, di cavalieri e mondi magici, sin da piccolo ho creato un mio mondo immaginario con il quale ho giocato (prima del gameboy, della play e via dicendo tutte le belinate di oggi) e lentamente scoperto anche la storia di Genova… 

Quello che andrete a leggere, che vi anticipo già avrà una pubblicazione periodica ogni menebattoilbelino-scrivoquandonehovoglia, è un fantasy che scrivo sin da quando ero piccino e che ho ripreso da qualche tempo.
Risistemandolo, correggendo qua e la, ho pensato: ad alcuni potrebbe piacere e qualcuno potrebbe voler conoscere il mio mondo immaginario! Potrebbe entrar anche lui e scoprire con me come andranno a finire le vicende di Gabriel e del suo amico Dria! Chissà? Così mi son lanciato e ho deciso di pubblicarlo, per puntate/minicapitoli qui sul mio sito. Senza periodicità alcuna, come già specificato! (ma è bene ribadire!)

Chiamami megalomane, invasato, quello che vuoi, ma… ad un bambino di 4/5 anni non puoi vietare di esser il protagonista del suo mondo immaginario e, riprendendo la storia in mano… non me la son sentita di far “uscire” Gabriel dalla sua “vita” solo perché porta il mio stesso nome (Per chi non lo sapesse, io mi chiamo Gabriele). Con il tempo mi sono scisso, inconsciamente, dal personaggio Gabriel e l’ho seguito quasi fosse un mio ulteriore amico (complice del fatto che, crescendo, avrò voluto estraniarmi da lui senza attribuirmi i meriti delle gesta che gli facevo compiere? Questo non posso saperlo!). 

Bene, mi son dilungato troppo. Per conoscere il mondo dei 10 Regni de Zena non ti resta che continuare la lettura ed immergerti in un’epoca indefinita, in un mondo indefinito (ma intuibile) ed in una realtà… molto più magica di quella in cui siamo abituati a vivere!

Sperando piaccia, vi lascio alla lettura e vi prego di scusarmi se, nel testo, ho inserito qualche pubblicità giusto per “ripagarmi” dello sbattone e del tempo perso a riformattare tutto il racconto per farlo stare ordinatamente nel blog!


1. IL RITORNO

Terza Era dopo il Disastro.

In lontananza si scorgeva Lei, la Lanterna. Maestosa, imponente. Brillava sotto il sole tagliente dell’ultimo periodo estivo. Alle sue spalle, i 10 Regni.

Era passato molto tempo da quando Gabriel aveva lasciato il porto della Foxe. L’antica Foxinn-a cavalcava le onde, leggera, come se non sentisse la fatica dei mesi passati in mare.
Il panorama, rientrando a Zena era magico. Le mura della città antica, il maestoso Castello Sarzano, la Collina degli Albaro e la Foce, zona di attracco per le navi non commerciali. Quando s’iniziavano a scorgere i Regni e la Capitale, dal mare, il senso di sicurezza, di forza, di pace e di tranquillità pervadeva anche gli animi più chiusi e travagliati.



Zena, anche detta Superba, capitale dei Regni, era una città dove culture, razze e lingue si mischiavano ormai da secoli in totale armonia. La guerra del Disastro, aveva stremato le popolazioni locali a tal punto da unirle per il nemico comune proveniente dalla Torre di Ferro. Un unione che aveva permesso ai 10 Regni di allearsi e fondersi in un unico grande Stato autosufficiente.

Capitan Steva indicò la rotta e l’equipaggio si preparò all’attracco. Il porto della Foce era suddivisibile in due principali aree. A ridosso delle mura sul Bisagno, si trovava il grande Cantiere dei Regni, dove venivano costruite le più importanti imbarcazioni battenti bandiera crociata. Dalla parte opposta, proprio alle pendici della scogliere che delimitava il Regno d’Albaro, una decina di moli, molto vicini fra loro, per velieri di piccole e medie dimensioni dove attraccavano i locali, le alte cariche e gli ospiti di lusso.

«Belin Lele te mesci o no?» Urlò dall’alto Cap. Steva.
«Oua arrivo, son pesanti ste careghe!» sbottò Gabriel.
Steva: uno burbero, uno di mare, di poche parole, il Marinaio con la M maiuscola, al quale tutti portavano rispetto. Sempre imbronciato, ma legato a tutto il suo equipaggio. Passò la vita a difendere i Regni sul suo campo di battaglia, il mare, senza badare a quale vessillo vestissero i suoi alleati. Ormai l’età lo indeboliva e si dedicava principalmente al trasporto di merci e passeggeri dal Regno di Ca’moggi al porto focino.

Dopo l’Addestramento Ordinario per diventare Protettore, Gabriel aveva intrapreso il suo primo incarico: esportare nelle terre oltremare la pianta magica prodotta sulle Colline d’Albaro, il Baxaicò. Un’erba conosciuta in tutti i 10 Regni, una leggenda per i forestieri. Le sue proprietà sovrannaturali furono oggetto di storie nate subito dopo le vittorie di Zena . Capirne le proprietà benefiche e le sue potenzialità fu la mossa determinante degli Zeneixi.
Quello di Gabriel, affiancato dal suo grande amico Dria, nonché neo-Protettore a sua volta, era un lavoro rispettato e “temuto” per via della lunga esposizione alla pianta. I porti stranieri, alla vista delle navi battenti croce rossa su fondo bianco, sapevano a cosa andavano incontro: una nave battente il vessillo di San Zorzo con almeno un Protettore a bordo. Anche chiamati Cavalieri Reali, tutti conoscevano le storie su questi soldati: l’addestramento estenuante ed eccezionale che ricevevano dai Vegi, ossia i Protettori ormai anziani, e l’enorme forza che ricevevano dalla pianta verde brillante li rendeva combattenti leggendari. La cosa strabiliante per gli stranieri, negli ultimi tempi, era che i Cavalieri venissero in visita proprio per vendere il loro Baxaicò. Gli studiosi del Regno di Castelletto, avevano analizzato e sperimentato a lungo le proprietà, cogliendo sia le proprietà “migliorative” e “benefiche”, ma anche quelle dannose e, in alcuni casi, mortali.
Trattando una quantità prestabilita di Basilico e altri ingredienti, si poteva creare una salsa, chiamata Pesto, in grado di sollevare il morale, creare una sensazione di benessere generale e, in isolati casi, provocare euforia. D’altro canto, se veniva somministrata una dose leggermente al di sopra/al di sotto di una certa soglia segreta, la pianta poteva portare ad una morte lenta e dolorosa. Il gioco determinante per questo commercio, era nel mantenere segreta la quantità specifica di ingredienti, all’interno di una cerchia ristretta di persone e rassicurare i clienti che la dose fornita era, se consumata come indicato, sicura e gratificante.



Il Regno della Superba, quindi, aveva elaborato un modo per poter vender quella che era la loro arma, senza però darne al nemico la vera pericolosità. Una vera e propria arma-giocattolo consegnata alle popolazioni straniere.

Capitan Steva sbottò ancora:
«Belin t’è mollo come la panissa, mescite pe piaxei! Va da tuo padre e portagli i miei saluti, Robert non merita un figlio sfaticato comme ti!»
«Ghe son! Scia me scuse» Gabriel smise d’ammirare l’orizzonte, appoggiò delicatamente le due sedie in legno pregiato sul ponte della Foxinn-a e s’accinse a lanciare le cime sul molo assieme all’equipaggio del capitano. Lo sguardo del giovane era alla ricerca disperata della figura del padre. Steva si avvicinò e mise una delle sue rugose mani sulla sua spalla:
«In tanti anni, su questa vecchia zattera, son passati ben pochi giovani in grado di sopportare così bene il peso ed il potere che conferisce la pianta sacra. Tu ed il tuo amico Dria dovete far tesoro di questa fortuna. E poi…» Aggiunse con un sorriso ironico «Robert non sarebbe tenero nei tuoi confronti! Appena lo vedi, digli che oggi non ho tempo questa sera di fermarmi alla vostra Ostaïa. Quando avrò un momento mi deve la rivincita a Cirulla

Tornò con il suo fare alterato e frettoloso ad impartir ordini alla ciurma, dando un’ultima pacca sulla spalla a Dria, poco più indietro. Gabriel rimase abbastanza colpito dalle parole del Capitano.
Steva non era solito a complimenti, né pareri personali. Nessuno sapeva la sua reale età. Robert raccontava sempre di come, già quando era bambino, insegnava a tutti i giovani Focini come far nodi alle cime, particolari segreti della pesca e come comportarsi nella vita di mare. “Sei fortunato perché, probabilmente, hai avuto l’occasione di essere uno degli ultimi sotto l’insegnamento diretto di Steva”, era solito ripetere a suo figlio.

«Ci dobbiamo muovere, Sciô Albaro non ama il ritardo!» disse una voce familiare. Lo sguardo rassicurante del Padre Robert fu una manna dal cielo per l’animo del giovane. La sua immancabile barba folta, i corti capelli marroni, mantello di Jeans scuro e scarponi robusti ai piedi, componevano il quadro indelebile di uno dei Protettori più anziani dei Regni. Salutando Gabriel e Dria, redarguì «ci salutiamo con calma dopo, ora dammi una mano con il materiale da portar su. Poi andiamo da tua madre, sedonca chi la sente!» Era un uomo di poche parole, un po’ come Steva, un po’ come ogni uomo nato e cresciuto alla Foxe.
I tre prepararono il carro e partirono alla volta della radura di Tommaseo.

Una volta arrivati, approcciarono passo Saluzzo, unica via d’accesso alla Collina “dei Misci”, come piaceva chiamarla, per scherno, ai Focini.
«Alto là! P-p-portate la let-t-tera di a-a-accesso» Luca, conosciuto come “O Rantego”, era il guardiano che controllava tutti gli accessi alla Collina. Figlio di un nobile d’Albaro, fu segregato dentro alla guardiola in pietra perché “disonorevole”, probabilmente solo per il suo aspetto ed il suo modo di essere. Con la voce balbettante e roca, dalla sua minuscola finestrella, indicò di scendere dal carro per presentare la lettera recante luogo di scarico, motivazioni e contenuto del carico. Un figgeu come Gabriel e Dria, capelli ed occhi neri come la pece, fisico magrolino, lineamenti scavati e naso pronunciato. Non certamente di bell’aspetto. Era affetto da qualche strana stregoneria per la quale l’unica cosa che riusciva a fare era ricordare a memoria volti, nomi e abitudini di chiunque gli si presentasse davanti. Caratteristica perfetta per il mestiere di Guardiano di un cancello d’accesso.

Visionato il carico e varcato l’ingresso angusto e tetro i due Focini diedero un compenso a-o Rantego ed imboccarono la ripida salita tortuosa alla Collina.

Era sempre di grande l’effetto giungere in cima al Passo e ammirare d’innanzi il ricco panorama delle terre degli Albaro. In lontananza, a sinistra sulla parte più alta, vi era la Fortezza e tutto attorno infinite ville tra gli alberi del Baxaicò. Gli Albarini non eran certo un popolo accogliente, per giunta molto protettivo nei confronti delle loro terre. Fu uno dei pochi Regni ad unirsi a Zena, senza mai integrarsi veramente.

Innanzi ai tre Protettori, dopo poco tempo, si presentò l’imponente roccaforte, ricca di dettagli dorati. Nessuno ad attenderli se non una decina di Guardie d’Albaro nelle loro armature impeccabili e luccicanti.
«Come sempre la cortesia, qua, non è di casa. Lasciate fare a me» sibilò Robert, guardandosi attorno. Una delle Guardie armate s’avvicinò e il focino porse una lettera «Consegna questa allo Sciô Emanuæl. Il carico è giunto secondo i termini e l’ho portato io stesso. Rammentagli che non è cortese da parte sua mancare al mio arrivo» Robert fu compagno d’armi del padre dell’attuale Sciô albarino, Nio d’Albaro. I due combatterono fianco a fianco durante la Guerra del Disastro e l’Albarino fu salvato in parecchie occasioni dal Focino.
Il tono fermo e di rimproverò gelò l’atmosfera più di quanto già non fosse e, voltandosi, sussurrò appoggiando le mani sulle spalle dei due giovani Protettori «Torniamo alla Foxe. Le vostre madri vi aspettano, qui non c’è più niente per noi oggi »

Lunga vita ai 10 Regni.

TERMINI GENOVESI PRESENTI (O RICHIAMI): 

  • sedonca: altrimenti
  • baxaicò: basilico
  • rantego: storpio/zoppo/debole di costituzione

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By |2018-10-09T16:18:46+00:00ottobre 5th, 2018|Altro|0 Comments

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