La fontana di De Ferrari compie oggi, 24 maggio, ben 90 anni!
C’è un punto di Genova in cui è statisticamente impossibile che un genovese, almeno una volta, non ci sia mai stato!
DEFFE! Al centro la sua fontana, il vero simbolo della piazza che – un tempo – altro non era che un incrocio di vie (Piazza San Domenico, di cui ve ne parlo QUI se siete interessati).
È diventata nel tempo un simbolo identitario, un luogo di ritrovo, un riferimento affettivo per genovesi e visitatori.
La fontana fu inaugurata il 24 maggio 1936… Quelaa mattina piazza De Ferrari si svegliò diversa. Al centro della piazza venne installata una grande vasca di bronzo lucente ed i giornali d’allora raccontano come i genovesi la accolsero talmente bene che nei giorni successivi ci gettarono dentro delle monete, come gesto portafortuna. In un mese, dal bacile fu recuperato l’equivalente di 5.500 lire, poi donate in beneficenza al Comitato Comunale dell’Opera Nazionale Maternità ed Infanzia. Non è poco, per una città che “non butta via niente”!

Pochi sanno che per trent’anni, al posto della fontana, a Deffe c’era un intricato labirinto di binari tranviari. Dal 1906 il centro della piazza era occupato dal capolinea dei tram della società UITE — l’antenata dell’attuale AMT — finché nel 1934, con la riorganizzazione generale dei trasporti pubblici cittadini, i binari furono smantellati. Si presentò allora il problema: “belin cosa ci mettiamo al centro di un’enorme piazza vuota?”
Piazza De Ferrari ancora orfana della sua Fontana
La prima idea fu quella di una grande aiuola con palme, già usata in altri quartieri come Nervi, ma la soluzione non convinse proprio nessuno. Fu così che l’architetto Giuseppe Crosa di Vergagni ricevette l’incarico di immaginare qualcosa di più degno per il salotto della città.
Crosa di Vergagni progettò una grande fontana a vasche concentriche: una vasca centrale in bronzo circondata da bacini in travertino, con un possente getto d’acqua al centro. Ma la cosa più genovese di tutta la storia è l’origine del bacile di bronzo: non fu il Comune a commissionarlo, ma un privato. L’ingegnere Carlo Piaggio lo donò alla città per onorare la volontà testamentaria di suo padre, il banchiere e armatore Erasmo Piaggio, che prima di morire aveva espresso il desiderio di lasciare qualcosa di duraturo e bello a Genova. Sulla vasca, ancora oggi, si legge l’epigrafe: “Tenace affetto di Ligure / superando il destino / alla sua città donava”. Non c’è scritta che definisca meglio una certa idea di genovesità.
Graziella taibi, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
Il trasporto impossibile: in pontone lungo la costa
La vasca in bronzo — 11 metri di larghezza, 36 tonnellate di peso — fu fusa negli stabilimenti dei Cantieri Riuniti del Tirreno di Genova-Le Grazie, fondati dalla stessa famiglia Piaggio. E qui comincia il pezzo epico della storia: per portare il manufatto in piazza De Ferrari, bisognava attraversare il centro storico genovese. Problema: la vasca era troppo grande per passare tra i carruggi. Soluzione degna di un film: la caricarono su un pontone, la trainarono via mare fino alla zona della Foce, poi un trattore la trascinò lungo il futuro Viale Brigate Partigiane e via XX Settembre fino alla sua destinazione. Era il 23 aprile 1936. L’inaugurazione arrivò il mese dopo, il 24 maggio.
Negli anni è stata anche valorizzata con sistemi di illuminazione scenografica, che ne esaltano la presenza nelle occasioni speciali (specialmente la sera)
Curiosità? 😏 È uno di quei luoghi che cambiano volto con la luce, i veri genovesi infatti sanno che certe mattine d’inverno e certe serate della primavera, il sole colpisce l’acqua di taglio tra i palazzi e crea dei bellissimi giochi di luce con – saltuariamente – quale mini arcobaleno suggestivo!

























Buongiorno Gabriele,
articolo interessante sula fontana di Deffe, di cui ignoravo la storia.
Le vorrei segnalare (oltre che mugugnone sono anche “precisino” ☺️) un paio di formule ridondanti la lei utilizzate.
Porto gli esempi:
“In cui è impossibile…che un genovese non CI SIA mai stato”, c’è già “in cui”, non serve aggiungere “ci”, è una ripetizione.
Lo stesso dicasi per “Piazza San Domenico di cui Ve ne parlo qui” “di cui” significa “ne”. Questa ripetizione, entrata nell’uso comune, in realtà suona male in italiano ed è inutile dal punta di vista logico. “Piazza xxxndi cui vi parlo qui” è più lineare e corretto.
Non le chiedo di pubblicare questo commento noioso, ma solo di notare la mia osservazione di amante della lingua italiana, oltre che genovese.
Cordiali saluti
Buongiorno.. mi chiamo Piergiorgio non sono un genovese ma un lombardo dell’oltrepò Pavese ( lo so sono un bianchetto ma ho amici a Genova e amo tantissimo questa città), vengo a visitare un paio di volte all’anno e in Deffe sarò stato almeno 15-20 volte.. figuriamoci un genovese doc. Buona giornata